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Perché beviamo tanto caffè: ce lo spiega la genetica

Da: Damiano - Categoria: Il Piacere del Caffè

caffè-preparazione

C’è un piccolo piacere quotidiano a cui non possiamo assolutamente rinunciare. Tra chi lo preferisce in vetro, chi in tazza grande, chi decaffeinato, è il protagonista indiscusso delle nostre giornate perché c’è sempre tempo (e voglia) di prendersi un bel caffè.

Ma siete a conoscenza del fatto che possa esistere una correlazione genetica tra la quantità di caffè che consumate e la salute cardiaca o dei benefici a breve termine che comporta l’assunzione di caffeina a livello cognitivo?

In quest’articolo andremo a vedere i risultati di due studi che hanno evidenziato il rapporto che intercorre tra il caffè e le nostre preferenze da un punto di vista cardiaco e mentale.

Il ruolo della caffeina

Intanto, è bene partire dal principio e dal perché ci piace così tanto consumare caffè nel corso della giornata. Il motivo è, sostanzialmente, nella presenza di caffeina, una sostanza stimolante e psicoattiva che rientra fra quelle che possono causare dipendenza come alcol, tabacco e benzodiazepine.

Alcuni ricercatori della University of South Australia hanno preso in esame le preferenze di alcuni consumatori per valutare il possibile legame con la salute cardiaca.

Il loro studio, pubblicato sul The American Journal of Clinical Nutrition, ha evidenziato come un eccesso di caffè può portare effetti come tachicardia e palpitazioni, soprattutto se si supera la “dose” consigliata di 5 tazzine al giorno.

Una tazzina in più è in grado di aumentare di più del 20% il rischio cardiovascolare, mentre restare sotto i tre riduce in maniera drastica la comparsa di problemi a livello cardiaco.

Rapporto tra cuore e caffè

tazzina-caffè

Per il proprio studio a proposito del collegamento che esiste fra cuore e caffè, i ricercatori dell’università australiana hanno preso in considerazione i dati di oltre 390mila persone.

Secondo quanto raccolto da Wired, hanno partecipato al progetto persone di “origini indoeuropee e partecipanti a sperimentazioni all’interno della Uk biobank, un grande studio a lungo termine nel Regno Unito che analizza il legame fra predisposizione individuale, esposizione ambientale, diverse patologie e condizioni di salute”.

I risultati, puramente statistici dello studio, hanno fatto emergere che le persone con alterazioni cardiache, pressione alta, angina pectoris o aritmie consumano (in media) una quantità minore di caffè, lo evitano del tutto o preferiscono il decaffeinato.

Secondo Elina Hyppönen, coautrice dello studio con Ang Zhou, sembra che il subconscio ci aiuti a scegliere il meglio per la nostra salute. Questo potrebbe significare che, chi consuma più caffè è probabilmente più tollerante alla caffeina, mentre chi ne beve poco o nulla è più a rischio anche da un punto di vista cardiovascolare.

Rapporto tra cervello e caffè

L’effetto stimolante del caffè e del suo impatto su concentrazione e memoria sono noti, soprattutto a breve termine. Nell’immediato, infatti, tiene alta la soglia di attenzione e aiuta a mettere a fuoco un compito cognitivo.

Quello che si sa con meno certezza sono gli effetti che il consumo di caffè può dare a lungo termine dal punto di vista cerebrale.

È stata questa la base di partenza per un altro studio dell’università di Minho, in Portogallo, pubblicato su Molecular Psychiatry, che ha messo in evidenza il funzionamento cerebrale di chi beve caffè tramite immagini di risonanza magnetica funzionale.

La ricerca ha dimostrato un’alterazione della connettività cerebrale, ovvero come i neuroni comunicano e sono collegati tra loro in alcune regioni del cervello.

Coloro che consumano caffè in maniera regolare, mostrano una riduzione funzionale della connettività in due aree collegate al controllo motorio e alla reazione agli stimoli (quindi maggior prontezza di riflessi e miglior controllo del corpo).

Inoltre, le regioni coinvolte in questi cambiamenti hanno messo in evidenza un ruolo centrale anche nei vari processi emotivi e di rielaborazione cognitiva ed emozionale.

Il gene CYP1A2

chicchi-caffè

Tra i vari enzimi che hanno il compito di metabolizzare la caffeina, ce n’è uno che da solo sembra avere di inattivarne l’effetto per circa il 95%.

La produzione di questo enzima dipende da un gene chiamato CYP1A2 che “lavora” in maniera più o meno attiva a seconda di quanto ne viene prodotto dal nostro corpo.

Le persone con un gene CTP1A2 molto attivo producono una maggiore quantità di enzima e, di conseguenza, l’effetto della caffeina ha una durata più breve e moderata.

Discorso totalmente inverso per chi ha, invece, una versione di gene differente. Questo significa che metabolizzano la caffeina in maniera lenta e, perciò, l’effetto eccitante del caffè dura molto più a lungo (circa 4 ore).

Ovviamente, il gene CTP1A2 non lavora in maniera autonoma visto che esistono anche altri fattori che vanno a impattare sulla capacità di metabolizzare la caffeina come il fatto di essere fumatori, il sesso, l’età, malattie del fegato, l’obesità e la dieta.

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